“Da zero a cento a sessanta secondi” di Michela La Stella

Ultimamente, tra internet, giornali, tv, social… si sente parlare sempre più dell’aggressività in adolescenza che sembrerebbe essere “scoppiata” nel post-pandemia. Si parla molto della preoccupazione dei genitori quando i figli sono fuori casa e viene evidenziata un’escalation di violenza che sembra essere la reazione di una parte dei giovani alle limitazioni imposte nell’ultimo anno e mezzo dall’emergenza.

È vero, hanno ragione! In questi ultimi due anni, durante lo stato pandemico sicuramente tra le categorie di persone che ne hanno sofferto di più troviamo proprio loro: gli adolescenti. Nonostante la loro straordinaria capacità di fronteggiare una situazione difficile e stressante, da un giorno all’altro, nel bel mezzo del periodo, forse tra i più critici, si sono trovati a interrompere in maniera repentina i contatti sociali, perdendo la possibilità di vivere e condividere con i pari, i compagni e gli amici la vita in modo tridimensionale, di confrontarsi con altri adulti significativi in modo diretto, ma solo attraverso uno schermo. Si sono ritrovati a dover rinunciare a molte delle loro attività, sport e svaghi, ritrovandosi, per giunta, a doversi confrontare (24 ore su 24) con i loro genitori, con tutta quella vicinanza e quella simbiosi dalla quale, per compiti evolutivi propri di quell’età, cercavano disperatamente di distanziarsi e autonomizzarsi, sia in senso più concreto e pratico che figurato e simbolico senza avere, nella maggior parte dei casi, la possibilità di uno spazio per sé (es. camere condivise con fratelli e/o sorelle). Lo stato di emergenza sembra aver tarpato le ali a questi giovani da una parte non permettendogli di separarsi dai genitori in modo sano, evolutivo, dall’altra di vivere i propri spazi in modo protetto e sano. Questo potrebbe aver rappresentato un potente fattore di rischio per i ragazzi, incrementando in loro risposte emotive, in alcuni casi, anche molto violente e aggressive. È necessario comprendere che vi siano nuove esigenze e quindi mettere in atto nuove strategie comunicative, nuove modalità di entrare in relazione che hanno bisogno di una certa flessibilità da parte degli adulti-genitori che gli sono vicini.

È vero che l’aggressività diventa violenza quando diviene incontrollata e apertamente rivolta ad altri o contro sé stessi con carattere di distruttività, ma per l’adolescente già in difficoltà con i compiti evolutivi propri di quell’età, potrebbe però connotarsi come espressione, sebbene la natura profondamente contradittoria, di un bisogno che non aspetta altro di essere tradotto in domanda di aiuto, vicinanza o comprensione. È quindi possibile considerarla anche al servizio della crescita?

Come suggerito dalla Control Mastery Theory (CMT), l’individuo ha costruito nel corso del proprio sviluppo delle credenze (consce e inconsce) su sé stesso e sugli altri, derivate dall’esperienza che vive con le proprie figure di riferimento nelle prime fasi della sua esistenza e da ciò che esse gli hanno trasmesso nel corso dello sviluppo. Le credenze possono impedire all’adolescente di raggiungere mete piacevoli e sane poiché ad esse vengono associati dei pericoli per sé o per gli altri, sia in termini di esperienza interna (come il senso di colpa o vergogna tipico di questa fase) sia di esperienza esterna (come, per esempio, associare un’appagante uscita con gli amici ad un brutto voto ottenuto a scuola il giorno successivo, che andrebbe a connotarsi come una punizione per essersi concesso qualcosa di piacevole).  Da questo punto di vista l’adolescente che vive un particolare disagio metterà alla prova, testando, il proprio ambiente (famiglia, scuola, coetanei) per disconfermare le proprie credenze patogene, ovvero comportamenti o modalità relazionali che hanno lo scopo di far comprendere all’individuo se il pericolo previsto da una o più credenze è ancora attuale. Secondo la CMT i test si possono caratterizzano per impulsività, aggressività, e pericolosità a causa della limitata capacità di controllo frontale tipica dell’adolescenza, dovuta anche a uno sviluppo sbilanciato delle varie aree celebrali. Perciò si potrebbe ipotizzare che l’adolescente metta in atto condotte aggressive e violente in maniera adattiva, nella speranza che qualcuno si prenda cura di lui, ad esempio, non facendolo sentire rifiutato e sbagliato, ma insegnandogli ad autoregolarsi (Gazzillo, 2016).

Sicuramente il periodo di emergenza sanitaria non ha aiutato i genitori, già alle prese con una riorganizzazione domestica, a sintonizzarsi sui bisogni reali dei propri figli, e forse dovremmo interrogarci proprio su questo, quali sono questi bisogni e queste necessità? Come ci si può prendere cura, in modo accogliente e flessibile ma allo stesso tempo fermo e netto, rispondendo in modo adeguato e sintonizzato, a questi bisogni?

Alcuni punti utili da tenere a mente potrebbero essere:

Aspettare che si calmino le acque, Osservare: durante gli scoppi d’ira spesso la cosa migliore è aspettare, eventualmente proteggere, ed osservare. Cercando il più possibile di rimanere con un assetto tranquillo, non rifiutante.

Stare con lui, ma senza non fare come lui: contro reagire potrebbe rivelarsi deleterio. Rispondere alle urla con le urla (e alle mani con le mani) potrebbe portare solo ad un’escalation in cui gli si conferma che questa è un modo di agire accettabile, che se o merita… (ecc) E’ frequentissimo che capiti di contro reagire, come lo è sentirsi in colpa o sfiduciati (soprattutto perché questi momenti sono davvero faticosi ed estenuanti).

Mantenere confini e regole chiare: avere regole dichiarate, meglio se discusse in coppia, aiuta a sentirsi legittimati a non cedere, davanti alle sfuriate dell’adolescente. È importante cercare quanto più possibile di stabilire delle regole verosimili da mantenere e che ammettano un minimo di contrattazione con l’adolescente che, giustamente, pretende la propria autonomia, altrimenti c’è il rischio che le viva come imposizioni e che quindi non le rispetti. Gli adolescenti hanno un particolare talento per mettere i genitori alle strette sul tema regole e quelli che faticano a governare la propria rabbia sono spesso capaci di centrare con chirurgica precisione insicurezze e tasti dolenti dei genitori per farli capitolare. Una linea coerente può essere irritante, per lui, ma è anche rassicurante. Una delle cose più difficili è la negoziazione di “nuove libertà”. È importante creare un dialogo e farlo sentire coinvolto in uno scambio in cui ciascuna parte può valutare di perdere qualcosa ma anche di guadagnare qualcosa (ore di uscita, dettagli da rivelare/mantenere privati, dettagli su amici, etc.) senza contrattazione si rischia di rimanere su pianeti diversi e questo contribuirà a far sentire il ragazzo non compreso.

Tollerare le oscillazioni delle “onde”: i passi indietro non cancellano i successi, con loro bisogna aspettarsi una continua oscillazione fatta di successi e insuccessi nella gestione della rabbia e nella creazione di un clima familiare sereno. È importante accogliere festosamente i momenti positivi, anche se domani le cose torneranno difficili, rende questa oscillazione più tollerabile.

Ricercare una comunicazione assertiva: stabilire un dialogo con adolescente rabbioso non è facile, l’importante è comunicargli che si è pronti ad ascoltarlo, comunicandogli disponibilità (non solo per correggerlo, dirgli cosa fare o sottolineare i momenti in cui si comporta male). Parlare con lui degli episodi di rabbia esagerata dopo che sono passati può essere utile per mostrargli che non si è tanto spaventati o terrorizzati o feriti da non riuscire a parlarne, ciò aiuta a gestire questi episodi come qualcosa di gestibile ma affrontabile. Può essere una chiave di volta “Ripassargli la palla” parlando di quello che ha fatto e che non va bene, è anche un modo di responsabilizzarlo.

Alcuni genitori si preoccupano perché la rabbia di un figlio è al di là di ciò che considerano “tipico” o “comprensibile”. Anche se è vero che alcuni ragazzi mostrano una rabbia esplosiva, si può cercare, come detto sopra, di ridimensionarla senza farci travolgere da essa. Di fronte alle manifestazioni aggressive dei figli (di queste fanno parte anche di segno apparentemente opposto, come l’isolamento e il ritiro sociale) i genitori e chi è vicino agli adolescenti, sono quindi chiamati a riflettere profondamente sul proprio modo più spontaneo di porsi con loro, a valutare possibilità diverse e ad assumere sempre più un atteggiamento di apertura e di ascolto nei confronti delle mille difficoltà che gli adolescenti possono incontrare. Avranno così anche la possibilità di capire che quello che prima vivevano come un “fallimento nel ruolo di educatori” rappresenta, invece, una situazione problematica “normale” e una preziosissima risorsa: l’occasione, anche per loro, di crescere e rinnovarsi nel loro ruolo, risintonizzandosi con i figli. Occorre inoltre ricordare che questo è un processo di apprendimento e di crescita. Non se ne esce da un giorno all’altro ma, con l’adeguato supporto e incoraggiamento, si può aiutare un ragazzo a perseverare nel rafforzare le sue capacità di coping.

Il modo in cui un ragazzo si sente e percepisce una determinata situazione o evento spesso è al centro della sua rabbia. Questo fa emergere quanto, sotto quell’aggressività ci possa essere anche altro: un altro vissuto, un’altra emozione alla quale loro ancora non riescono a dare voce. Sostenerli nell’imparare a riconoscere le emozioni sottostanti è uno strumento potente che il ragazzo potrà usare per tutta la vita.

“Ma dopo tutte le disavventure, e pur nascosti sotto la rabbia e l’aggressività di chi è avversato dall’esistenza, l’ansia di bontà e il desiderio di amore di Pin, tutti infantili, restano, fino in fondo, intatti.” (Italo Calvino)

 

 

 

 

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